Capricorn One

Capricorn One: Il set dove è morta la verità

Il dubbio come forma d'arte Nel 1969, il mondo intero rimase sospeso davanti al bagliore bluastro dei televisori, testimone di un "piccolo passo" che sembrava aver sigillato il primato della democrazia americana sulla frontiera infinita. Eppure, meno di un decennio dopo, quell'estasi collettiva si era già decomposta in un cinismo acido e granuloso. Il 1978 non è più l'anno della meraviglia, ma quello della disillusione post-Vietnam, dove l'immagine non è più prova di realtà, ma suo simulacro. Capricorn One emerge da questo solco, ponendo una domanda che ancora oggi perseguita il nostro rapporto con i media: se la verità è solo un segnale video trasmesso su scala planetaria, quanto è facile costruirla artificialmente in uno studio nel deserto per nascondere un fallimento sistemico? La pellicola di Peter Hyams non si limita a narrare un complotto; trasforma il sospetto in un’estetica della paranoia, suggerendo che la percezione collettiva sia un materiale plastico modellato con cura da chi detiene i mezzi di produzione del visibile.



L’ombra del Watergate: quando il complotto divenne mainstream Il clima politico degli anni Settanta è l’humus indispensabile per comprendere l’impatto di quest'opera. È fondamentale ricordare che la produzione del film, seppur sofferta, ebbe inizio nel 1972, l'anno esatto in cui l'irruzione al Watergate trasformò le teorie della cospirazione da "follie per hippie" a cronaca giudiziaria. In questo contesto, Hyams – che nel 1969 lavorava proprio in televisione – intuisce che il potere ha imparato a spettacolarizzare gli angoli oscuri della storia. Tuttavia, a differenza del rigore asciutto della "trilogia della paranoia" di Alan J. Pakula o del cinema di denuncia di Pollack, Capricorn One sceglie la strada della grande avventura spielberghiana. È un ibrido affascinante: un thriller politico che non rinuncia all'azione mozzafiato, dove la corruzione istituzionale diventa il motore di un inseguimento implacabile. Come evidenziato dalla critica dell'epoca:

"L'incubo di un governo americano onnipotente e maligno come la Spectre di Ian Fleming non pareva più un'assurdità dopo l'impeachment di 'Tricky Dick'."

Il guasto fatale: un semplice componente come motore dell'inganno Il motore narrativo che innesca la deriva morale della missione non è un’ideologia astratta, ma un banale errore di calcolo tecnico. Il dottor James Kelloway, responsabile del progetto, scopre che un guasto all'alimentatore – un componente vitale – condannerebbe a morte certa l'equipaggio (Brubaker, Willis e Walker) entro sole tre settimane dal lancio. Qui risiede l'ironia brutale della sceneggiatura: un'impresa da miliardi di dollari e sedici anni di ricerche crolla per un singolo pezzo difettoso. Kelloway, emblema del burocrate che sacrifica l'etica sull'altare della sopravvivenza del programma spaziale, sceglie la messinscena televisiva. La corruzione dei vertici nasce dal paradosso di voler salvare un sogno tecnologico attraverso una truffa mediatica: se la missione non può avvenire nello spazio, deve "esistere" negli schermi di milioni di spettatori ignari, trasformando il martirio annunciato in un trionfo di cartapesta.



L'insospettabile firma di Ken Follett Un dettaglio che impreziosisce la storia culturale di questo film riguarda la sua vita editoriale. Nel 1978, lo stesso anno in cui pubblicava il bestseller La cruna dell'ago, un giovane Ken Follett accettò di scrivere la novelizzazione del film sotto lo pseudonimo di Bernard L. Ross. Non si trattò di un'operazione postuma dettata dal successo, ma di una pubblicazione simultanea che dimostra quanto il progetto di Hyams fosse considerato un "instant cult" già sulla carta. Il fatto che un futuro gigante della spy-story abbia prestato la sua penna per dare profondità narrativa a questa simulazione conferma la forza intrinseca del soggetto: una storia di spie, segreti di stato e sopravvivenza che intercettava perfettamente lo spirito del tempo.

Il paradosso dello "Specchio Segreto" e la localizzazione italiana La distribuzione italiana del film ci regala una curiosità sociologica legata al doppiaggio. In una scena cruciale, uno degli astronauti, nel tentativo di esorcizzare l'assurdità della prigionia, esclama di sperare che tutto sia uno sketch di Specchio segreto. Il riferimento è alla celebre trasmissione RAI di Nanni Loy, omologo della Candid Camera americana. Questa scelta di adattamento è significativa: segna il passaggio del sospetto dalla cronaca (il News) al varietà (l'Entertainment). Tradurre un incubo tecnologico e politico d'oltreoceano con un riferimento domestico e popolare era un tentativo di addomesticare la paranoia, rendendo l'idea di un omicidio di Stato meno insopportabile attraverso la lente rassicurante della burla televisiva.



L’epilogo iconico: presentarsi al proprio funerale La potenza narrativa di Capricorn One culmina in una sequenza finale che è pura estetica della polvere. Mentre il Presidente degli Stati Uniti officia la liturgia della menzogna durante una solenne cerimonia commemorativa per gli astronauti "caduti", Brubaker e il giornalista Caulfield irrompono sulla scena. La visione del sopravvissuto, sporco e provato dal deserto, che cammina verso il palco delle autorità è la verità fisica che frantuma la finzione catodica. È un finale che anticipa il rallentatore epico degli anni a venire, dove il contrasto visivo tra l'abito scuro del potere e la carne martoriata della realtà diventa una vittoria tangibile. La sola presenza dei corpi interrompe la cerimonia dello Stato, dimostrando che, per quanto perfetta possa essere una simulazione, la realtà ha ancora il potere di presentarsi al proprio funerale e reclamare la parola.

La persistenza del falso nell'era dei media A distanza di decenni, Capricorn One non ha perso la sua carica profetica. Se nel 1978 il timore era legato a uno studio televisivo nascosto nel deserto della California, oggi la nostra realtà è assediata da deepfake e camere dell'eco digitali che renderebbero superflue le minacce di Kelloway. Il film rimane un documento chiave perché ha formalizzato nell'immaginario pop la "Teoria del complotto lunare", lasciando in eredità un'eredità tossica di sfiducia nelle istituzioni. Ci lascia con un interrogativo che risuona nell'era della post-verità: in un mondo dove la tecnologia può simulare perfettamente ogni evento, quanta della realtà che consumiamo ogni giorno è autentica e quanta è, invece, costruita in un set nel deserto della nostra percezione? 


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